Il retino: gioia e delizia della serigrafia

Quando progettiamo una grafica dobbiamo sempre necessariamente tenere presente come verrà stampata e da li capirne i limiti e riuscire a spiegarli al cliente, che puntualmente, li accetterà con “molta” fatica!

Avendo lavorato molti anni come grafica per serigrafia e facendo adesso alcune consulenze per piccole realtà i due punti dolenti di questa tecnica per me rimangono: il retino.

Il retino è quell’effetto che usiamo per ottenere una sfumatura. Quando progettiamo il nostro disegno utilizzando un qualsiasi programma di grafica (Photoshop, Illustrator, InDesign o altro) e dobbiamo pensare ad una sfumatura, la cosa più semplice è quella di affidarsi allo strumento sfumatura e decidere quale colore utilizzare e in che percentuale di densità. I nostri “segni grafici” sullo schermo del computer risulteranno fantastici, le sfumature saranno perfettamente come le abbiamo pensate… poi il sogno finirà e dovremo passare alla fase di stampa!

La prima cosa da capire è l’effetto che vogliamo ottenere, vi porto un esempio semplice: se vogliamo fare un colore rosso acceso che va a scurire al nero, dovremo pensare che il colore rosso diverrà la base su cui fare il retino. Perciò lo stamperemo come primo colore pieno e sopra stamperemo il nero che sarà retinato. Adesso arriva la parte più complicata, cioè capire che tipo di retino utilizzare in base a tutte le variabili del caso.

Esistono vari tipi di retini, che potete gestire attraverso la fotounità che vi svilupperà le pellicole, attraverso i programmi di grafica creando “finti” retini in mezzatinta o utilizzando la versione stocastica o bitmap. La versione di retino “tradizionale”, quella cioè basata su di un punto geometrico che va a diminuire di grandezza con il diminuire della densità del colore è sicuramente molto bella da vedersi ma ha due grandi limiti: il primo è che spesso il cliente non capisce perché vede dei pallini da vicino (e su questo spenderete dei giorni per istruirlo) l’altro è l’effetto moiré che può avvenire quando l’inclinazione del retino e quella dei fili del telaio non si accordano perfettamente.

Per ovviare a questi problemi è sicuramente meglio scegliere un retino stocastico, perché avendo una frequenza “casuale” non crea l’effetto moiré e non fa vedere i “pallini” ma è composto da una serie di piccoli puntini che si intensificano o diminuiscono a seconda della densità del colore. Una cosa da tenere ben presente è che la stampa sotto una certa percentuale brucia il retino, cioè lo fa sparire e sopra lo chiude, perciò quando pensiamo ad una sfumatura che deve finire allo zero, è bene allungarla un pochino e farla terminare con una percentuale del 5/10%.

Per ultima cosa è importante sapere a che frequenza realizzare il retino: la frequenza è quanti puntini ci sono in un centimetro lineare o in un pollice. Più bassa è la frequenza, più “grossolana” e visibile sarà la retinatura. Stessa cosa vale quando utilizziamo la sfumatura stocastica: più alta sarà la risoluzione in dpi (punti per pollice) più il nostro disegno sarà definito. Ma la scelta della definizione dipende dal numero di fili che utilizzeremo: per portarvi un esempio veloce, io per stampare un retino di 40/50 lpi utilizzo un telaio a 120 fili. Più è alto il numero dei fili che andremo ad utilizzare, più definito e “piccolo” potrà essere il nostro retino.

Per concludere, come già saprete la serigrafia è piena di variabili che dipendono dal materiale che vogliamo stampare, il tipo di inchiostro che vogliamo utilizzare, le asciugature, il numero di fili dei telai e per ultimo il numero di frequenza del retino, perciò il solito consiglio vale anche in questo caso: provate e troverete sicuramente la formula adatta alle vostre esigenze.

 

Saluti

Roberta Dalla Valle

 

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